Unico, vietato, alternato

 

Buongiorno.

Negli ultimi cinque anni è indubbio che il panorama sociale internazionale sta attraversando, ancor più di prima, una successione di crisi economiche, geopolitiche, sanitarie, formative e, di conseguenza, sociali che stanno mettendo alla prova le cosiddette “certezze” individuali e collettive.

In un contesto segnato da conflitti e contrapposizioni sempre crescenti, mi sono chiesto quante volte la domanda «Ma che senso ha?» sia comparsa nei pensieri di chi ha ancora voglia di impegnarsi in quella che Umberto Galimberti, con la sua consueta chiarezza, chiama “l’inquietudine del pensiero”. È una domanda che può diventare, da sé e da subito, una formula attraverso cui si manifesta qualcosa di più profondo del semplice dubbio: la difficoltà di riconoscere un significato condiviso agli eventi e alle azioni umane, quel significato condiviso che chiamiamo, appunto, “senso”. E questa non è una questione di oggi, tutt’altro: il primo senso che mi viene in mente è il tèlos di Aristotele, nel libro IX della sua Metafisica; il fine a cui tendere nell’azione per darle, appunto, un significato, un valore.

E per coprire tutto l’arco della storia della filosofia, duemiladuecento anni dopo, arriviamo a Nietzsche, con la sua Genealogia della morale, per il quale la presenza di un “senso “nell’azione riesce a rendere sopportabile persino il dolore che vince il nichilismo, in quella forma che definisce come nichilismo “passivo”, in cui la vita si subisce.

La domanda che ci stiamo ponendo è brevissima nella sua espressione, ma, a ben vedere, già molto articolata, perché può esprimere da subito, oltre che un quesito emergente, una risposta nel senso di reazione di sorpresa, spaesamento, per dirla con Francesco Morace, impotenza di fronte alle crescenti disuguaglianze, sfiducia verso istituzioni e governi sempre meno credibili, indignazione davanti alle diverse forme in cui si manifesta la violenza pubblica e privata, nelle strade o dentro le mura domestiche, o disorientamento di fronte a un dibattito pubblico nel quale le posizioni sembrano sempre più inconciliabili.

Che la società sia sempre più polarizzata è sotto gli occhi di tutti: si/no, bianco/nero, giusto/sbagliato, pro/contro, utile/inutile. Il vocabolario massificato si sta “scheletrizzando” e con esso la capacità di sviluppare pensieri complessi che vadano oltre uno sbottare da bar, uno slogan in tivù o un click sulla tastiera. Il guaio è che si sta scheletrizzando anche il vocabolario, e quindi anche il pensiero complesso, dei “decisori”, dei detentori delle leve dei vari contesti del potere. In fondo, è il codice binario del computer e del telefonino: 0/1. Non serve grammatica, non serve sintassi, non serve “consecutio temporum”. Non serve pensiero. Mi piacerebbe discuterne con Ludwig Wittgenstein e Jurgen Habermas, ma stanno parlano di Comunicazione dove c’è sempre il sole…  La nostra domanda sul senso ormai non riguarda più soltanto l’utilità di una singola azione, ma investe la legittimità delle regole, i valori su cui basare la convivenza e la possibilità stessa di incidere sulla realtà, per cambiarla. Ammesso che siamo ancora in tempo a farlo noi, vista l’entrata a gamba tesa degli algoritmi nelle nostre vite. La stanno cambiando loro, la nostra vita, senza che ne accorgiamo e questo, permettetemi, è un vero e proprio “furto di libertà”, ma se è fatto con l’ultimo modello di telefonino allora va bene…

Quando viene meno un orizzonte condiviso, la questione rischia di trasformarsi da confronto tra interessi e idee differenti in una contrapposizione tra visioni del mondo che faticano, a riconoscersi reciprocamente “de factu” come “esistenti“, prima ancora che con legittimazione reciproca come soggetti socialmente “essenti-nella-vita”, per dirla, in entrambi i casi, con Martin Heidegger.

Ciò che, eticamente parlando, è veramente triste è che noi, sud europei veniamo dalla classicità greca, dove una delle parole più importanti di quella civiltà è sicuramente “dualismo”. Nel rapporto corpo e anima (Platone), umani e dèi (Prometeo), ragione e passione (Apollo e Dioniso), misura e tracotanza (Socrate e Agamennone). E poi, prendendo a prestito l’esempio della recente Premio Nobel per la Letteratura, Anne Carson, grecista di fama mondiale consolidata, c’è “lo spazio” che sta sempre in mezzo a due posizioni: lo spazio dove c’è il vissuto delle persone che devono imparare a convivere nel mezzo tra quelle due posizioni; la Carson ci parla di Eros e dello spazio che c’è nel vivere l’Amore di due amanti, ma quei frammenti di Saffo, che l’Autrice cita nel suo libro, sono “illuminanti”, per me, anche altrove, nella coscienza.

Purché, nel farne tesoro, si mantengano ben separati gli ambiti privato e pubblico, senza quel mescolamento, per alcuni già fuori controllo, che è nutrimento per quegli algoritmi, appunto rieccoli, che su quel mescolamento costruiscono per ognuno di noi quei bias cognitivi artefatti, quindi fasulli, ma ben personalizzati, che ci fanno credere di avere ed esprimere opinioni personali, quando in realtà sono frutto di quel condizionamento digital-psicologico-mediatico che tanto giova alle nuove forme del potere. La stanza dei bottoni, quando vuole, sa “smaterializzarsi” e lo fa molto bene.

Si è perso di vista quello spazio, che riempie e collega i “dualismi” non solo in amore, ma in ogni ambito del nostro vissuto, anche sociale, e si è perso per pigrizia, per abitudine, per ignoranza, probabilmente per stanchezza di fronte alla pochezza e, a volte, alla miseria intellettuale delle soluzioni che vengono proposte di fronte alle realtà, difficili, cui dare, appunto un “senso”. Le relazioni, quelle buone e durevoli tra due posizioni, si sa, hanno bisogno di dualismi, altrimenti si chiamano clonazioni, non relazioni.

In fondo una soluzione ci sarebbe, con destinatari facilmente identificabili, se escono dalla stanza dei bottoni e guardano fuori, ed è anch’essa in una brevissima frase, poche parole: “Il Sole non andrà mai oltre la sua misura: altrimenti lo sorprenderanno le Erinni, ministre di Giustizia”. (Eraclito, 535-475 a.C., De origine, frammento 25, pag.  nella bibliografia citata). E forse, l’alba e il tramonto del ciclo della Natura, ricorderebbero a qualcuno il secondo grande insegnamento della cultura che ci è stato concesso di ereditare, e cioè la “ciclicità degli eventi”: per farci trovare provvisti di quel “pudore” (aidòs) di cui si è persa traccia, anche e soprattutto dentro le stanze dei bottoni, quando ci sarà nuovamente bisogno di aiutare a ritrovare uno spazio di “senso” di vita per chi lo ha perduto o ne è stato privato. 

Buona giornata.

Vince.

occhialideldestino@gmail.com

 

Riferimenti bibliografici:

Umberto Galimberti, “Le disavventure della verità”, Feltrinelli, 2025

Francesco Morace, “Futuro + umano, Quello che l’intelligenza artificiale non potrà mai darci”, Egea, 2018

Anne Carson, “Eros il dolceamaro”, Utopia, 2021

Eraclito, “De origine”, Feltrinelli, 1993-2024

Ludwig Wittgenstein, “Ricerche filosofiche”, Feltrinelli, 2024

Aristotele, “Metafisica”, Rizzoli, 2009

Nietzsche, “Genealogia della morale”, Adelphi, 1984

Martin Heidegger, “Essere e Tempo”, Oscar Mondadori, 2011-2020

Jurgen Habermas, “Teoria dell’agire comunicativo”, Il Mulino, 2022