Come ci parla Finnegan

DICIOTTO ANNI. Certo, non sono i ben sessanta anni che impegnarono Goethe nella stesura del suo Faust, ma indubbiamente i diciotto anni che servirono a James Joyce per scrivere “Finnegan Wake” sono comunque un periodo, diciamo, “impegnativo”. A informarsi sulla trama del racconto, ci si trova di fronte alla vicenda di Anna Livia Plurabelle, abbreviata in ALP, e soprattutto di Humprey Chimpden Earwicker, abbreviato nel racconto in HCE, che richiama la storia di Tim Finnegan, il muratore protagonista dell’omonima ballata irlandese che cade in una dimensione di sogno a causa di una sbronza… Sembrerebbe una cosa semplice, visto, inoltre, che la vicenda si svolge tutta in una unica giornata cosi come era successo per Leopoldo Bloom nell’altro capolavoro di Joyce, l’Ulysse.

E allora? I diciotto anni di lavoro? Il motivo sta in un duplice aspetto:

il primo che il romanzo è strutturato in modo circolare, richiamando il ciclo eterno della vita e della morte. Questa ciclicità implica l’idea di una narrazione senza un inizio e senza una fine, in cui le vicende umane si ripetono nel tempo in modo infinito. Non ci si meravigli: la ciclicità del tempo non appartiene solo alla cultura greca, specie nello Stoicismo, con l’idea di apocatastasi, prima dell’avvento del Cristianesimo che ha introdotto il tempo lineare con un “prima e dopo” Cristo; troviamo ciclicità anche in Schopenhauer che in “Parerga e Paralipomena”, al Tomo II, sente la necessità di distinguere tra Reincarnazione e Rinascita, passando per Dante e Camus che nel mito di Sisifo, condannato a riportare in vetta una pietra destinata rotolare nuovamente e sempre in basso, ricordano la ripetizione eterna degli eventi. E lo stesso Joyce disse che la lettura del romanzo poteva iniziare da qualsiasi punto senza che ne venisse meno il significato.

Il secondo sta nella scelta stilistica: Joyce usa un linguaggio che rappresenta la sintesi di quaranta ( 40 ! ) lingue diverse. Un esempio? Eccolo, al Libro primo 5-8: “Per favore venite qui e mooremoooreiàmoci murgessamente l’un l’altro a basso vizio. Il vecchio billfaust sta ordigliando alle mie spalle. Wilsh è pieno di corkoli. Il succhio del carbollo è filippamente dublinita”.

Vi assicuro che ho citato testualmente, ricontrollando di aver trascritto correttamente: questo è il “flusso di coscienza”, portato all’eccesso della dimensione di sogno del protagonista. Il sogno, dove tutto è reale e indefinito allo stesso tempo. Dove ogni “barriera spazio-tempo-parola-senso” è abbattuta.

Non è un esercizio di equilibrismo linguistico: è una provocazione che, più passa il tempo, e più diviene attuale; non serve che sia comprensibile razionalmente, serve che sia letta “lasciandosi andare”, sentendo la “musica della vertigine espressiva”; come può il pensiero non tornare alla metrica greca, dei Cori delle tragedie o delle poesie di Saffo, cosi rigorosa nella struttura, così misurata nella ritmica, eppure cosi libera nell’emotività? In questa sintesi, il mio neoplatonismo ci vede la ricerca di quella Unità dell’Essere cosi cara a Plotino, a Marco Aurelio, a Spinoza e a Jung.

Joyce, a passi successivi, da “Gente di Dublino” a “Finnegan”, passando per “Dedalus” e “Ulysse”, ci stava preparando ai nostri giorni, giorni che sembrano senza ragione: e per non perdersi, senza ragione, ci salva il “sentire”. Col cuore e con la libertà di fantasticare. E allora anche Finnegan, proprio con il suo linguaggio fluente e senza dizionario, ci “prenderà”.

Vince

occhialideldestino@gmail.com

Ringraziamento: un grazie di cuore a Edoardo Camurri che, con la sua splendida presentazione del 27 Febbraio a Treviso, Santa Caterina, ha risparmiato ulteriori anni di tentativi maldestri (mi riferisco ai miei😊 … ) di “tradurre” il romanzo, con la raccomandazione che mai fu più salvifica di buttare via tutti gli appunti accumulati nel tempo sulla scrivania e lasciarsi andare nella lettura musicale ed emotiva. L’abbraccio finale tra “neoplatonici” è stato bellissimo! 😊

Nota bibliografica: James Joyce, Finnegan Wake, Oscar Mondadori, anno 2017, ristampa 7, a cura di Luigi Schenoni, pagina 160bis