Anno Nuovo Genova 1882

Considerazione n.2

Passata l’Epifania, l’anno è appena iniziato e non più tardi di una settimana fa ci siamo augurati “Buon Anno!”, “Che sia un anno migliore di quello appena passato!” Giusto. E per questo allora, che facciamo?

Ci affidiamo alla sorte, o proviamo a “metterci del nostro”? Accettiamo o Facciamo? E se valessero entrambe le cose? Si può fare? Secondo il signore che vedete, Friedrich Nietzsche, si può fare. Anzi, si deve fare. Nell’opera di cui vedete fotografata la copertina, La Gaia Scienza, del 1880-81, per altro scritta in Italia, a Genova, c’è un paragrafo, il numero 341, di cui vi riporto sotto in virgolettato corsivo una buona parte, in cui Nietzsche provocatoriamente, com’era solito fare, ci pone una domanda davvero diretta (non era un tipo da “giri di parole”), su cosa vorremmo per i nostri prossimi giorni, mesi, anni e cioè:

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà mai in essa niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra della vita viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa [ … ]

Non ti rovesceresti a terra [ … ] maledicendo il demone che così ti ha parlato? Oppure hai forse vissuto un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio, e mai intesi risposta più divina!”

Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta e in ogni caso: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il peso più grande? Oppure quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?”

Nietzsche ci sta chiedendo due cose, fondamentalmente, in questa decina di righe:

  • abbiamo mai vissuto quell’attimo che egli chiama “immane” e che possiamo tradurre con “quel momento per cui vale la pena di aver vissuto una vita intera”? “Quel” momento unico e inimitabile,

e poi ci sta chiedendo se

  • siamo pronti ad accettare ciò che il nostro destino ed il nostro dàimon hanno contribuito a ciò che si avverasse fin qui, al punto da accoglierne un “eterno ritorno”?

Va ricordato che questo concetto di accettazione è espresso dallo stesso autore di “La nascita della tragedia”, testo perfuso da un profondissimo senso anticristiano ed antimorale, che egli stesso così definì: con il nome di un dio greco: la chiamai la valutazione dionisiaca. Per Nietzsche l’accettazione di “questa” vita è una forma di rivincita su quella religione che ha prodotto, virgolettato, nello stesso libro: un al di là inventato, per meglio calunniare l’al di qua; in fondo un’aspirazione al nulla, alla fine, al riposo, fino al sabato dei sabati…”. E’ importante questa precisazione se si vuole cogliere in pieno il senso di quella idea di accettazione.

Henry Bergson, Premio Nobel per la Letteratura nel 1929 per il suo “L’evoluzione creatrice” (strepitoso!) avrebbe dei dubbi per noi di fronte ad un discorso così metafisico, con queste sue parole:” L’intelletto umano si sente a suo agio tra gli oggetti inanimati… la nostra logica è prevalentemente una logica dei solidi”. Bergson pubblicò anche una sua Relazione, ad un Congresso, su quella che chiamò “la natura psicologica della costruzione del nesso di causalità”. Ci siamo? Anni luce di distanza dalla domanda dàimonica di Nietzsche. Che resta comunque una domanda potentissima, per noi, ancora e soprattutto oggi. In un altro contributo parleremo della idea della Morale nel Nietzsche dei primi trattati.

Nietzsche la risolve, quella domanda, in “La gaia scienza”, al paragrafo 276, che vi cito perché si intitola proprio “L’anno nuovo” e lo scrisse a Genova nel Gennaio 1882: “Oggi ognuno si permette di esprimere il suo augurio e il suo più caro pensiero: ebbene, voglio dire anch’io cosa mi sono augurato da solo e quale pensiero quest’anno, per la prima volta, mi è venuto in animo [… ]. Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v’è di bello in loro – così sarò uno di quelli che rendono belle le cose. Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore!”

Abbiamo più volte citato in questo blog Anànke: la Dea della Necessità degli eventi. E mi piace pensare che Nietzsche abbia, almeno in questo caso,  dato credito alla grecità post-socratica nel suo proposito di vedere il bello in ciò che la Dea Anànke “ci certifica” quando veniamo al mondo, perché quello è il nostro senso, poiché  le cose accadono, il più delle volte, e la maggior parte di esse, del tutto al di fuori della nostra volontà e del nostro controllo; ciò a cui Nietzsche ci invita è il cambio di “visuale”, di “punto di vista”, di “colore”. E di questo nuovo colore del nostro Destino ne parliamo in uno dei prossimi articoli.

Buon Anno!

Vince

occhialideldestino@gmail.com

Bibliografia: 

Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza e Idilli di Messina”, Adelphi, 1965 e 1977, 33^ Edizione.

Friedrich Nietzsche, “La nascita della tragedia”, Adelphi, 1972 e 1977, 44^ Edizione