Tre forti tracce personalmente ho trovato in quest’ultimo film di Nolan, l’Odissea, e hanno, una caratteristica in comune: l’attualità. Tre forti segnali che vengono ripetuti, quasi con ossessione, durante tutte le tre ore di durata del film.
Ogni volta che Ulisse approda in qualche nuova terra sconosciuta, durante il tormentato viaggio di ritorno verso Itaca, si sente rivolgere le stesse domande: “Chi sei, da dove vieni, cosa ti porta qui?” Non è necessario che sia io a dove attualizzare queste domande, sono all’ordine del giorno e lo saranno sempre di più… Aumentando, temo, la discussione, per chi ha colto questi dialoghi, laddove, a un certo punto, Menelao, parlando a Telemaco, il figlio di Ulisse, gli dice: “Prima dai da mangiare all’ospite, poi chiedigli da dove viene…”. Ricordiamoci di Pericle, che nel suo celebre discorso funebre, nel primo anno della guerra del Peloponneso, ancora ottocento anni dopo la guerra di Troia, ripeteva: “Noi, ad Atene, facciamo cosi.”
Ogni volta che Ulisse propone una soluzione per uscire da qualche situazione di pericolo, qualcuno dei suoi uomini gli ricorda di non compiere atti che vadano contro il volere degli Dèi, o che a questi possano dare fastidio: come non vedere nei gesti del nostro il pericolo di quella hybris, di quella tracotanza, di cui abbiamo così tante volte parlato nei nostri post e nei nostri incontri in presenza? L’uomo greco non può e non deve sostituirsi agli Dèi, non può pensare che Questi non lo puniscano, per questo, in qualche modo. “Gli Dèi non dimenticano; Telemaco. Aspettano solo il momento in cui l’uomo si crede del tutto intoccabile”. E’ Penelope a dirlo, al figlio, nell’attesa del marito. L’Ulisse da sempre tradotto nel suo essere politropo come “dai molti ingegni”, diventa in quei momenti politropo “dai molti dubbi”, “dai molti rischi”. Uno su tutti: non dare sepoltura onorevole ai morti, e sappiamo che questo per i Greci, voleva dire vagare senza meta nell’Ade per l’eternità. Una tracotanza che sembra dominare su tutto, oltre a quella di Ulisse, come detto, in alcuni momenti, è la tracotanza di Agamennone, il cui costume ed il cui portamento nell’incedere valgono da soli il prezzo del biglietto, che cosi come vediamo in gloria abbracciare i suoi combattenti e procedere all’interno di Troia praticamente immune ed estraneo ai combattimenti all’arma bianca che si svolgono intorno a lui, cosi vediamo spiegare ad Ulisse la sua morte ingloriosa per mano della moglie Clitennestra e del suo amante. Lui che era stato disposto a scarificare la vita della figlia Ifigenia pur di avere i venti favorevoli per la spedizione verso Troia.
La spettacolarizzazione di alcuni episodi, più o meno liberamente riportati, ma questo ci sta, rischia, secondo me, a volte, di far perdere di vista i momenti più intimi del Nostro, sussurrati, accennati, privati; ma è lì, in quei momenti, che ho trovato il senso del film, e nel finale, eroico, ma non nel senso che si intende solitamente e che qui non citerò, ovviamente, ma chi mi conosce e sa come la penso, una volta visto il film, dirà: “…ora ho capito perché il finale ha, per Vince, questo significato”.
Le promesse, ed è la terza traccia, quando si fanno, specie in un certo contesto, vanno mantenute: e non è necessario chiamarsi Ulisse.
Buona visione!
Vince
Foto:
a sinistra la maschera di Agamennone, conservata nel Museo Archeologico di Atene, origine dal web.
a destra il fotogramma di Agamennone tratto dal Trailer Ufficiale del film, origine dal web.