Linguaggio, Destino e Libero Arbitrio

Buongiorno. Giornata numero 1. Andiamo!

Qualche anno fa ho pubblicato un post, su Fb, con una foto simile a questa, dove ci confrontavamo sulla importanza di sedersi lontano, per un tempo, dal proprio quotidiano e, “vedendolo dal di fuori”, cercare di carpirne l’intima complessità. Ora, a distanza di anni, quel post lo troverei non sufficiente. Ora direi che è illusorio pensare che basti fermarsi e distaccarsi per capire: certo, fermarsi e cercare di uscire dal “modo” in cui si vive quotidianamente, nei rapporti interpersonali, nel lavoro, in Amore, sono i due presupposti fondamentali, ma manca il terzo, il più importante: il linguaggio. Il linguaggio? Sono sola/o, isolata/o, quale linguaggio? Quello interiore, quello dei pensieri complessi, come certi momenti della nostra vita. L’ascolto del sé, che è necessario, rischia di non bastare. È difficile pensare che si possano risolvere problematiche importanti, che ci invitino appunto talvolta al “distacco” dal nostro quotidiano, con un linguaggio personale “povero”. Qualche riga più avanti, Martin Heidegger ce lo spiega.

E con quel vocabolario “povero” molte persone fanno poi scelte che incidono sulla propria vita, e vista la pagina in cui ci troviamo, sul proprio Destino, con l’impressione di aver esercitato il proprio “libero arbitrio”. Ma quanto “libero” è, nella realtà, un arbitrio cosi limitato dagli strumenti di cui si possiede? Rischia di essere solo una “impressione” di libertà.

I tempi non aiutano, ora che l’organo più importante del corpo sembra essere diventato il dito sul cellulare (non a caso siamo nell’era “digitale”, come l’impronta, appunto). Saliamo in montagna per elaborare una nuova visione, che ci aiuti a pensare, a risolvere, per poi scendere e confrontarci su titoli roboanti, e il più delle volte ingannevoli e “profilati”, o sulla velocità di lettura o di scorrimento delle videate.  Tralasciamo qui, per brevità, ma ne riparleremo, oltre alle mancate soluzioni, i “danni” da vocabolario povero…

Umberto Galimberti, nel suo “La parola ai giovani”, Feltrinelli 2018, ci ricorda perché il rapporto tra linguaggio e capacità di “vedere” le nostre “cose” sia un problema: “come ha evidenziato Heidegger, (eccolo…) noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola”.

Andiamo verso tempi di impoverimento del vocabolario, dove Platone avrebbe sostituito la famosa caverna del suo immortale mito con il telefonino. Il risultato, per molti è lo stesso: illusione, ombre, oggi diciamo: “fake”.

Salire in alto, guardare verso e dall’alto è importante, necessario: Andrea Colamedici, nel suo bellissimo “Il codice del mito”, Mursia 2021, riprendendo il Fedro, lo straordinario dialogo di Platone famoso per il mito della biga alata, ci ricorda che “senza gli strumenti giusti non c’è modo di star dietro agli dèi, per quanto forte possa essere la volontà”.

Non solo gli dèi greci, c’è un noto episodio anche della vita di Gesù che ci aiuta su questo: gli dedicheremo presto una riflessione.

Buone letture e buon ricco vocabolario a tutti noi.

Vince

occhialideldestino@gmail.com