“Siamo uomini o bomboloni?”
Sarà la forza dell’impatto emotivo che ha lasciato il Principe De Curtis, fatto sta che a me questa battuta è proprio venuta spontanea: chiedo scusa a Totò… Ma credo sarebbe un errore grossolano, credo, liquidare le ore e ore di coda fatte da migliaia di persone per andare a mangiare un krapfen (che è lì da anni, ma che ora è diventato virale “via algoritmo”), in un posto di montagna circondato da solare bellezza, con un generico e ponziopilatesco “Ognuno è libero di fare quello che vuole!” Appunto, certo, magari, ma… è libero? Siamo sicuri? Oppure una o molte persone di noi, in “convocazioni social” di questo tipo, e ce ne sono state altre in passato, sta facendo, facciamo, senza rendercene conto, qualcosa che è stato in realtà deciso e voluto, per noi, da qualcun altro? Anzi, scusate da qualcos’altro… Un algoritmo non è una persona, è stato creato da una o più persone, ma non è una persona. Con una persona ci parli, ci discuti, ti arrabbi, minacci… con un algoritmo, che fai? Le lunghe attese per un evento le abbiamo fatte tutti, va detto e ribadito: un concerto di Vasco o del Boss, un derby o una partita di Champions, un autografo del nostro attore preferito vicini a qualche carpet, l’apertura di una mostra imperdibile e irripetibile, ma erano cosiddette situazioni eccezionali, vissute “consapevolmente”, senza forzature algoritmiche ( che in certi anni non esistevano ancora), per effetto magico della nostra storia personale, del nostro rapporto precedente con quel cantante, quella squadra, quell’attore, quel pittore o quel fotografo, di ciò che avevamo già costruito dentro di noi, attraverso emozioni e aspettative crescenti nel tempo. Parti della nostra vita e della nostra memoria. La memoria, quella meraviglia che gli algoritmi dello “stare sull’onda virtuale” stanno pian piano smontando, trasformando le vite delle persone in prét-a porter, pronto moda dell’evento, che, una volta esaurito, non essendo più sull’onda virtuale, sarà “smesso”, esattamente come si fa con l’abito dell’anno scorso. Giornate usa e getta. “Siamo davvero liberi?” (Codice Edizioni 2019) è il titolo di uno strepitoso trattato di Neuroscienze di Mario De Caro, Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori che, appunto, questa inevitabile domanda ci e si pongono. Daniel Wegner, grande psicologo vissuto a cavallo del secolo scorso e dell’attuale, partecipa, per mezzo degli Autori, a questo saggio con un contributo, imperdibile, dal titolo inequivocabile: “L’illusione della volontà cosciente”! E, nel caso qualcuno sospettasse che psicologi e neuroscienziati sono “viziati” da “eccesso di modernistica scientificità”, è lo stesso Wegner, nel contributo, pag. 35, a citare Baruch Spinoza (siamo nel 1677), che nella sua “Etica” scrisse: “Gli uomini si ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni (Nota: scusate la mia intromissione e parentesi su Spinoza, ma io, ogni tanto, anche su questo avrei dei dubbi…) ma sono ignari delle cause da cui sono determinati”. E, subito sotto, nello stesso contributo, gli Autori citano Marvin Minsky, vissuto negli stessi anni di Wegner che, nel suo “La società della mente” (Adelphi, 1989) scrive:” A nessuno piace l’idea che ciò che facciamo dipenda processi che non conosciamo; preferiamo attribuire le nostre scelte a volizione, volontà o autocontrollo […] Forse sarebbe più onesto dire:” La mia decisione è stata determinata da forze interne che non comprendo”. La prima cose che ho pensato è che Spinoza fosse ben noto anche a Minsky!
E’ in quel “forze interne” citate da Minsky che sta, oggi, il cuore del problema: le nostre forze interne sono ancora, per citare James Hillmann e il suo “Il codice dell’anima”, il risultato di superstizioni parentali (traducibili in condizionamenti familiari…), di incidenti di percorso nella ricerca di sé, di emozioni della giornata rivissute nella propria stanza o durante un viaggio, oppure le forze interne dell’era digitale sono, in realtà, forze ”esterne” che lavorano per “entrare” nella nostra volontà e condizionarla? Il pericolo che corriamo è reale. Qualcuno ha visto il bellissimo film “The Giver”, tradotto come “Il mondo di Jonas”, di Phillip Noyce, del 2014? Jeff Bridge, Maryl Streep e Taylor Swift nel cast…dove guerre, conflitti e ogni forma di contrasto sono aboliti tramite un annullamento delle differenze ottenuto mediante l’oscuramento della Memoria. Oscurare la Memoria permette di impedire le Emozioni e garantisce all’Autorità il controllo, attraverso un dominio di quella tecnica che Umberto Galimberti nel suo “L’Etica del viandante” (Feltrinelli, 2023, pag. 28) individua oggi come responsabile di “spaesamento” perché, scrive Galimberti, “rispetto a tutte le età che l’hanno preceduta, l’età della tecnica obbliga a rivedere tutti quei concetti che portano il nome di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, democrazia, religione, storia, di cui si nutrivano, seppure in forme diverse, sia l’antichità sia la modernità, e che ora, nell’età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici”.
E se oscurare la Coscienza della Memoria, la nostra, abituandoci ad una visione “usa e getta” delle nostre giornate, è uno strumento di cui si serve l’algoritmo, rischiamo di dover prendere atto della citazione di Martin Heidegger, nello stesso testo di Galimberti, pag. 27, laddove: “Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”. Un dettaglio: lo ha scritto nel 1959!
Buona consapevolezza a tutti noi.
Vince