Dopo averlo visto con attenzione su una piattaforma, “After the hunt” (Dopo la caccia) di Luca Guadagnino, è un film molto interessante, sia come sceneggiatura sia come riflessione sui nostri incontri pregressi ed attuali. Chi segue questo blog sa come il tema degli “opposti”, nella conflittualità e nel rispetto si/no del proprio essere, mi sia caro ed i quattro protagonisti di questo film devo dire, da questo punto di vista non si fanno e non ci fanno mancare nulla. Quegli “opposti” dentro di sé, così greci, così tragici, così onirici e dionisiaci. La professoressa di Filosofia Alma Imhoff (Julia Roberts), nella sua foga (perché cosi appare) di fare lezione attorno ad un tavolo, anziché in aula, si sarà mai posta la domanda se stia oltrepassando il limite dell’insegnamento della Filosofia, che pure a gran voce rivendicherà, per entrare, invece, nelle pieghe dell’intimità dei suoi allievi, specie di colei che è una delle protagoniste del film, per insegnare come, dal suo punto di vista “istituzionale”, si sta al mondo? “Quel” mondo, del carrierismo, cinico al punto da obbligarti, se decidi di starci dentro, a nascondere quello che sei davvero? E a nascondere un episodio deflagrante per la vita altrui di cui sei stato informato? Chi/cosa spinge a questo? Dove si trovano l’autore e le motivazioni di una spinta in questa direzione? Sarà proprio lei, Alma, ad essere chiamata alla risposta, che comunque il regista lascia, per ognuno di noi, allo spettatore e alla sua capacità e voglia di confrontarvisi.
“Felicità e infelicità sono fenomeni dell’anima, la quale prova piacere o dispiacere a esistere a seconda che si senta o non si senta realizzata”: Democrito, Abdera-Grecia, 400 a.C.
Di quale realizzazione discuterebbe oggi Democrito con il suo maestro Leucippo? “Ruolo” e bugia interiore: si può vivere, si può gestire, una realizzazione che passa per una realizzazione professionale che i protagonisti inseguono con furore, a qualsiasi prezzo, con qualsiasi mezzo, senza dover rinunciare a quella “verità di sé stessi” che si sta oscurando ad arte? E chi paga questa rinuncia nella vita reale, solo gli attori di un film oppure anche noi stessi o le persone che, a prescindere e a modo loro/nostro, scelgono di starci vicine? Oscuriamo solo la nostra zona d’ombra od oscuriamo anche la zona di luce, quando è amore, che abbiamo intorno? Come vivrà questa situazione suo marito Frederik?
“Esse est percipi” (Essere significa essere percepiti) ha scritto nel 1713 George Berkeley, filosofo inglese al Trinity College a Dublino. ma è solo uno spunto, la citazione non illuda; la percezione filosofica e teologica di cui parla Berkeley, idealista anticipatore del modernissimo dibattito su realtà, materia e pensiero costruttivo, è ben diversa dalla percezione cosi come intesa oggi, anno 2025: spesso provvisoria, effimera, social, “ruolistica” (che brutta parola, ma rende moltissimo l’idea…).
Se applicassimo, coscientemente oggi, quel “paradosso di Ulisse”, l’eroe omerico, citato nel film attraverso l’opera di Hanna Arendt, secondo cui rischiamo di scoprire noi stessi solo attraverso una altrui narrazione dall’esterno, così come Ulisse scoprì il senso della sua partecipazione a Troia attraverso un cantore cieco, un aedo, alla corte dei Feaci, cosa scopriremmo di noi? Ulisse lo scoprì da un cantore cieco, così come cieco era Tiresia, il chiaroveggente che cercò di mettere in guardia Edipo dall’intraprendere quella strada che lo avrebbe portato al suo tragico destino. Ma noi, in tutta onestà, di chi ci circondiamo per avere, se mai la vita un giorno ce lo chiedesse, un racconto reale di noi stessi e della nostra vita, che ci riunisca alla nostra vera missione per cui viviamo e che, pur avendo gli occhi, non riusciamo a vedere o perdiamo di vista…
Buona visione e, soprattutto, buona risposta.
Vince
Post scriptum: in un altro articolo ho parlato della pericolosità di categorizzare le persone: confemo! 😉
Riferimenti.
Frame “After the hunt”, Luca Guadagnino, Nora Garrett, 2015.
Hanna Arendt, “Vita activa”, 1958, Giunti/Bompiani 2017/2023
Theodoro W. Adorno, “Minima moralia” 1951, Einaudi 1954-2015
George Berkeley, citato in James Hillmann, “Il codice dell’anima, 1996, Adelphi, 1997