L’ Amore di Antigone

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Buongiorno!

Può arrivare un messaggio positivo da una letteratura che si definisce “tragedia” greca? Certo che sì, eccome! La storia di Antigone è grande.

Questa donna dal tratto così deciso e fiero, in questo quadro di Cameron Leighton del 1882, è Antigone, la figlia di Edipo, re di Tebe e di Giocasta. La protagonista di “Edipo Re”, di “Edipo a Colono” e, soprattutto di “Antigone”, l’opera lei stessa dedicata. Edipo è famoso più per il complesso freudiano che per la sua storia, immensa e tragica allo stesso tempo. Sappiamo, riassumendo in breve che, in conseguenza della sua adozione, presso una famiglia diversa da quella originale, da ragazzo, inconsapevolmente, Edipo ucciderà suo padre Laio e, sposerà sua madre, Giocasta, da cui avrà quattro figli, tra cui Antigone stessa, che quindi saranno contemporaneamente anche suoi fratelli nascendo, biologicamente dalla stessa donna.

Quando tutto ciò verrà alla luce, Edipo sarà esiliato da Tebe, come predetto dall’indovino Tiresia, dopo essersi accecato per sua stessa mano per non vedere più il mondo intorno a lui. E qui entra in scena la grandezza di Antigone, sua figlia e sorella allo stesso tempo.

Antigone seguirà suo padre errante nell’esilio fino a Colono, sobborgo di Atene, dove sarà raggiunta dalla notizia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ordina di non dare sepoltura a suo fratello Polinice, anch’egli figlio di ciò che comporta l’emarginazione. Tornata a Tebe, dopo la morte di Edipo, in uno scontro verbale che non può non toccare il cuore, Antigone, da sola, perché la sorella Ismene, intimorita dal re si tira indietro, gli risponde:Non sono nata per condividere l’odio, sono nata per condividere l’Amore”.

Antigone sopravvive ancora, da quei 430- 401 a.C. in cui Sofocle scriveva le sue opere, perché il suo è un sentimento che diventa consapevolezza, coscienza, prima personale poi collettiva: la voce della propria coscienza consapevole di fronte alla scelta se aderire o no all’Amore.

Creonte è un re di carta, che non sopravvive moralmente al suicidio di Antigone, nella cella di una torre, dove l’ha rinchiusa al ritorno da Atene. Tiresia, l’indovino degli dei, cerca di convincerlo a liberarla, e alla fine Creonte si decide, ma Antigone si è già suicidata. Creonte ha aspettato troppo per capire l’Amore, e con l’ostinazione, con l’orgoglio, è andato fuori tempo massimo.

Sofocle, alla fine di tutto, questo ci dice: l’Amore, quando si manifesta, non può aspettare troppo… ha il suo tempo massimo. Creonte pagherà caro questo suo far aspettare troppo l’Amore di Antigone per suo fratello (ma il messaggio di Sofocle è per tutte le forme di Amore); pagherà caro, come genitore, perché Antigone era fidanzata e promessa sposa proprio ad Emone, suo figlio, che seguirà l’amata nella sorte suicidandosi nella torre di fronte alla prigionia di lei.

Io adoro questa donna. La Adoro perché lei ci dice che, a un certo punto, le catene, le sequenze, le eredità dei conflitti, le “regole” che sono contro l’Amore vanno combattute ed interrotte. Qualcuno, prima o poi, deve farsi carico di questa incombenza, caricarsi sulle spalle questa “missione” e chiudere il cerchio con una azione di pìetas, di riconciliazione. Così ciò che è Male viene interrotto e non più trasmesso. Qualcuno, prima o poi, deve spezzare i modelli che non vanno più bene, che non portano da nessuna parte. Deve cambiare le sue leggi “interne”, le sue priorità, per non fare delle sue “presunte libertà” una prigione inviolabile come la torre di Antigone, dando invece, e finalmente, precedenza all’Amore. Antigone si ribella alla “ordinarietà scontata” dell’autorità di Creonte e seppellisce Polinice, seppellendo, in questo gesto di rispetto, con lui, allo stesso tempo, ma in direzione opposta, l’ottusità di chi non fa dell’Amore prima la sua coscienza personale e poi una coscienza generale, di tutta la pòlis, di tutta la comunità.

Vince.

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Nota: immagine di dominio pubblico.